Articoli sul Far West
Ghost Town
Nota iniziale: alcuni articoli possono contenere date precedenti all'apertura del GDR, il motivo è da leggersi nel fatto che tale materiale è già stato elaborato dallo staff in precedenza, per GT stesso o anche per altri siti. Eventuali copyright altrui sono segnalati a fondo articolo.
Nativi
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I nativi e le parti dell'anno
Le stagioni:
| Stagione |
Lakota |
Cheyenne |
| Primavera |
WETU |
MA’ZI’O’MIVI |
| Estate |
BLOKETU |
MIA’NI’VI |
| Autunno |
PTANYETU |
DO’NOI’VI |
| Inverno |
WANIYETU |
II’NI’VI |
Calendario Cherokee:
| Mese Italiano |
Mese Cherokee |
significato Italiano |
| Gennaio |
Du’nolv’tani |
Mese della luna fredda |
| Febbraio |
Ka’gali |
Mese della luna vigorosa |
| Marzo |
A’nui |
Mese della luna ventosa |
| Aprile |
Ka’wani |
Mese della luna fiorita |
| Maggio |
A’na’agv’ti |
Mese della luna che pianta |
| Giugno |
De’ha’lui |
Mese della luna del grano verde |
| Luglio |
Gu’ye’quoni |
Mese della luna del grano maturo |
| Agosto |
Ga’lo’nii |
Mese della fine della luna della frutta |
| Settembre |
Du’li’is’di |
Mese della luna delle nocciole |
| Ottobre |
Du’ni’nvni |
Mese della luna del raccolto |
| Novembre |
Nu’da’de’qua |
Mese della luna del commercio |
| Dicembre |
V’s’giga |
Mese della luna della neve |
Calendario Dakota:
| Mese It. |
Mese Dakota |
1° significato It. |
2° Significato It. |
| Gennaio |
Onwikari-onì |
Luna del valore |
Luna dura |
| Febbraio |
Owiciatà-onì |
Luna del gatto selvatico |
Luna del procione |
| Marzo |
Wisthaociasia-onì |
Luna del malocchio |
Luna degli occhi dolenti |
| Aprile |
Magrahoandi-onì |
Luna della Selvaggina |
Luna quando le oche depositano le uova |
| Maggio |
Mograhodanda-onì |
Luna dei nidi |
Luna della semina |
| Giugno |
Wojousticiascià-onì |
Luna delle fragole |
Luna quando le fragole sono rosse |
| Luglio |
Champoseia-onì |
Luna delle ciliegie |
Luna della muta delle oche |
| Agosto |
Tantànkakiocè-onì |
Luna dei bufali |
Luna del raccolto |
| Settembre |
Wasip-onì |
Luna dell’avena selvatica |
Luna quando il riso selvatico è messo a seccare |
| Ottobre |
Sciwostap-onì |
Luna del raccolto dell’avena selvatica |
Luna del riso che si secca |
| Novembre |
Takionka-onì |
Luna del capriolo |
Luna quando i cervi sono in calore |
| Dicembre |
Ahesciakiouska-onì |
Luna del capriolo che mette le corna |
Luna quando cadono le corna ai cervi |
Calendario Lakota:
| Italiano |
Significato Italiano |
| Gennaio |
Luna del ghiaccio sulla tenda |
| Febbraio |
Luna in cui il vitello muta il pelo in rosso |
| Marzo |
Luna degli accecati dalla neve |
| Aprile |
Luna in cui spunta l’erba Aprile |
| Maggio |
Luna in cui i cavalli perdono il pelo |
| Giugno |
Luna che ingrassa |
| Luglio |
Luna in cui le ciliege diventano rosse |
| Agosto |
Luna in cui le ciliegie diventano nere |
| Settembre |
Luna in cui ai vitelli cresce il pelo |
| Ottobre |
Luna del cambio di stagione |
| Novembre |
Luna in cui cadono le foglie |
| Dicembre |
Luna degli alberi scoppiettanti |
© 2004, Staff GT
Ranch
La vita nel Ranch
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La vita nel Ranch
Nelle grandi praterie i Ranch dovevano essere autosufficienti per lunghi periodi. Verso la fine del 1800 i
ranchers
americani delle catene montuose settentrionali arrivavano a fare scorte
di cibo sufficienti per un anno intero. Distanze immense separavano gli
allevamenti dagli insediamenti urbani, costringendo gli uomini ad un
isolamento forzato. Le famiglie dipendevano per la posta e per i
rifornimenti da convogli. Fu creato il servizio
Flying Doctor
(Medico Volante), per essere d’aiuto ai malati che abitavano appunto
lontano dai centri abitati. I ranch e gli allevamenti di bestiame
necessitavano di una fonte d’acqua nelle immediate vicinanze. Gli
edifici, solitamente costruiti in legno, erano studiati per adattarsi
ad esigenze mutevoli e per far fronte alle condizioni climatiche.
Come veniva “creato” il ranch?
All’inizio venivano costruite due baracche separate, collegate da
un portico aperto (chiamato dog trot). Una era il luogo dove dormivano
gli uomini, l’altra era la cucina. Quando il proprietario si costruiva
una casa più bella e costosa, la costruzione originaria veniva
utilizzata dai cowboy. Inoltre veniva costruito un granaio che ospitava
la scorta invernale di cibo per i cavalli, mentre un possibile mulino a
vento pompava l’acqua potabile per tutti, uomini e cavalli.
Le costruzioni erano interamente in legno, a parte la casa principale,
che aveva il camino della stufa in mattoni, il quale serviva sia per
riscaldare sia per cucinare.
Gli sprechi venivano ridotti al minimo, così si potevano vedere
oggetti di varia natura, come ad esempio una sedia composta da corna di
Long-horn (per la struttura), e pelli di mucca (per il sedile). Un
altro esempio può essere quello della fine che facevano cataloghi come
il Bannerman. Questi cataloghi per la vendita per corrispondenza, che
rappresentava il libro dei desideri, dopo essere stati letti e riletti,
venivano utilizzati per tappezzare le pareti delle baracche, così
quelle pagine che illustravano la corsetteria diventavano una specie di
pin-up!
Se c’era una cosa che non andava molto a genio ai cowboy era il filo
spinato, inventato nel 1874. Esso veniva utilizzato dagli agricoltori
per proteggere i propri raccolti e anche dagli allevatori, in
particolare a partire dal 1885-1886, per delimitare i pascoli buoni e
le acque potabili. I cowboy odiavano apertamente le limitazioni che la
recinzione poneva e, ancor di più, il lavoro necessario per ripararle.
© 2004, Staff GT (scritto per farwest.it)
Bestie e Marchiature
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Bestie e Marchiature
L'uomo alleva
bestiame da migliaia di anni, ma è stato il boom demografico del XIX
secolo in Europa e in America a trasformare l’allevamento del bestiame
in un’industria. La richiesta di carni a buon prezzo ha incoraggiato la
diffusione nelle grandi praterie di tutto il mondo dell’allevamento in
ranch, divenuto un settore di primaria importanza negli Stati Uniti e
in Canada, Brasile, Argentina e Australia. Prima dell’arrivo dei
colonizzatori europei, che portarono il bestiame con sé, in nessuno di
questi Paesi esistevano mandrie. Originariamente il bestiame europeo
era resistente, ma magro. A partire dal 1770, tuttavia, una rivoluzione
nel campo della selezione, in Inghilterra, produsse nuove e più robuste
razze bovine come, ad esempio, la Hereford, la Shorthorn e la Aberdeen
Angus. A partire dal 1870 queste razze vennero esportate nel Nuovo
Mondo in sempre maggiore misura per sostituire le vecchie Longhorn
europee (o per incrociarle con esse).
Passiamo allora a presentare un po’ queste razze:
- Le Longhorn del Texas (razza di bovini con le corna
lunghe: un’apertura di 1,5 m era una cosa comune!) discendono dal
bestiame spagnolo importato nel 1520. Si diffusero, partendo dal
Messico, nell’Ovest americano. Sempre semiselvagge, erano feroci e di
temperamento difficile. Nonostante fornissero carne di qualità
piuttosto scadente (per la maggior parte fibrosa), erano molto
resistenti e potevano sopravvivere cibandosi dell’erba rada delle
pianure aride.
- Le Shorthorn vennero allevate per
la prima volta nella contea di Burham, in Inghilterra. Costituivano la
più popolare tra le nuove razze, fino a quando non vennero sostituite
dalle Hereford. Le Shorthorn venivano esportate in Australia, Argentina
e negli Stati Uniti. Il primo registro ufficiale delle Shorthorn venne
istituito nel 1846 negli Stati Uniti e nel 1867 in Canada. Le Shorthorn
furono introdotte nei pascoli aperti del Nord-Ovest nel 1870.
- Le Hereford,
dal caratteristico manto rosso e bianco, sono considerate la razza
bovina di maggior successo, e sono rinomate per la loro robustezza, il
precoce raggiungimento del pieno sviluppo e per il rapido ed efficiente
processo di “trasformazione dell’erba in carne”. Le Hereford vennero
importate dall’Inghilterra, nel 1880 sulle catene montuose dell’Ovest
americano e, incrociate con il bestiame locale, finirono per sostituire
le Longhorn nel Wyoming e nel Montana. Grazie alla loro capacità di
crescere robuste in ogni luogo, ci sono attualmente più di cinque
milioni di Hereford di razza pura in oltre cinquanta Paesi.
- L’Aberdeen Angus
veniva allevato in origine, come indica il suo nome,
nell’Aberdeenshire, in Scozia. Questa razza è per natura priva di corna
e raggiunge precocemente il pieno sviluppo (in questo modo è ben presto
pronta per il mercato). Produce una gran quantità di carne di ottima
qualità: si dice che sia la razza di cui si ottengono le bistecche
migliori. Venne introdotta per la prima volta negli Stati Uniti nel
1873.
La Marchiatura
Come riconoscere i propri animali? Semplice, con il marchio. La marchiatura era il metodo più semplice a disposizione di un
rancher
per identificare la proprietà del bestiame che errava nei pascoli
aperti. I marchi, che recavano generalmente forme semplici oppure
lettere, o anche combinazioni, venivano impressi sulla pelle
dell’animale con ferri arroventati, dopo aver scostato il pelo. I
cowboy sostenevano che l’operazione fosse relativamente indolore. Le
mucche, probabilmente, la pensavano diversamente... Il marchio però non
era una “antifurto” sempre efficace. Infatti i
rustlers, cioè i
ladri di bestiame, tentavano vari stratagemmi per reclamare la
proprietà del bestiame. Potevano scegliere tra imprimere un nuovo
marchio sopra quello già esistente, oppure usare un
running iron (una specie di grande pirografo di ferro) per modificare il marchio preesistente. Originariamente i
mavericks sperduti (vitelli non marchiati che avevano abbandonato la madre), potevano essere marchiati da chiunque li trovasse, ma i
ranchers,
ben presto, fecero di tutto per cambiare questa consuetudine. Ma come
separare un animale da una mandria? Separare un unico animale da
un’intera mandria di bestiame era un compito di routine durante il
raduno del bestiame. Ciò nonostante, per riuscire a trattare con una
vacca reticente ed impaurita, erano necessari una grande abilità e un
grande affiatamento tra cowboy e cavallo. Quest’operazione veniva
definita
cutting out,
ed era necessaria si per marchiare gli animali di un anno ed i vitelli,
ma anche per separare il bestiame estraneo unitosi accidentalmente alla
mandria.
© 2004, Staff GT (scritto per farwest.it)
Cutting Out
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Cutting Out
Cerchiamo ora di analizzare nel dettaglio la tecnica chiamata
"cutting out" alla quale abbiamo accennato nell'articolo "Bestie e marchiature".
Il "cutting-out" consta di alcuni passaggi nei quali un gran ruolo è
riservato al cow-boy, ma una grande importanza la hanno anche i
cavalli:
- La scelta del vitello: cavallo e cavaliere devono iniziare
l’operazione in tutta calma, in modo tale da non spaventare la mandria,
o l’animale scelto, il più a lungo possibile. Il cavaliere tiene le
redini allentate, mentre il cavallo punta l’obiettivo.
- Separare il vitello: quando l’esemplare scelto comincia a
correre, ha inizio una frenetica competizione vitello e cavallo.
Quest’ultimo tenterà di mantenersi tra il vitello e la mandria
forzandolo a muoversi verso il terreno aperto, in direzione del fuoco
di marchiatura.
- Girare il vitello: una volta giunto nello spazio aperto,
l’animale preso di mira tenterà disperatamente di ritornare alla
mandria, girando attorno al cavallo e cercando di sfuggirgli. I
migliori cavalli da cutting, anche se lanciati al galoppo,
riescono a fermarsi in un breve spazio e sono in grado di scattare
immediatamente in un’altra direzione. Il cavaliere deve mantenersi in
perfetto equilibrio sul cavallo, per evitare d’essere disarcionato.
I migliori cavalli da
cutting avevano un grande valore: i
Mustang
parevano possedere un’istintiva capacità di capire e seguire i
movimenti della vacca. Con un minimo di addestramento, il cavallo più
pronto ed intelligente poteva essere indirizzato verso l’animale da
catturare e lo avrebbe seguito in ogni svolta o deviazione, senza che
quasi fosse necessario guidarlo con le redini. Una leggenda del West
narra di un cavallo da
cutting che avrebbe fatto uscire dalla mandria un coniglio selvatico.
© 2004, Staff GT
Vita nel West
Lungo le piste
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Lungo le piste
Guidare una mandria di bestiame per migliaia di miglia attraverso
territori pericolosi rendeva epica un’impresa economica. Negli Stati
Uniti, dalle città dell’Est proveniva una forte richiesta di carne, nel
Texas più di cinque milioni di capi di bestiame pascolavano liberi, la
ferrovia collegala l’Ovest con le industri della carne di Chicago:
tutto ciò contribuì a creare le prime “piste”. Quando nel 1880-1881 il
boom della carne favorì la diffusione dell’allevamento nei ranch, le
mandrie vennero guidate per tutto il tragitto fino al Wyoming, al
Montana e ai Dakota. Il progredire della linea ferroviaria nel Texas
del Sud e i rifornimenti eccessivi nel Nord-Ovest posero fine, poco
dopo il 1880, a questi spostamenti.
Le piste collegavano le praterie con la ferrovia. Nel 1866 il
timore che la “febbre del Texas” infettasse il bestiame locale fece
chiudere la frontiera del Missouri e le piste che la raggiungevano. Il
percorso alternativo della Chisholm Trail permise di condurre due
milioni di capi ai capolinea ferroviari del Kansas tra il 1867 ed il
1871. Nel decennio tra il 1870 ed il 1880 il Western Trail portava
direttamente a Dodge City. Il Goodnight-Loving Trail, che prese nome da
due
ranchers,
venne tracciato nel 1866 per rifornire i campi di minatori del
Colorado, ma ben presto venne utilizzato per guidare le mandrie nelle
praterie del Wyoming e del Montana.
Una mandria composta da 2500 capi di bestiame poteva estendersi per
un miglio lungo la pista, e veniva guidata da quindici cowboy soffocati
dalla polvere. Condurre una mandria d’inverno, nel Nord-Ovest, era una
faticaccia ancor maggiore. Gli impermeabili di tela cerata erano
l’unica protezione dalla pioggia e dalla neve, cosa ben poco misera se
si pensa al clima.
Gli inverni erano duri sia per gli uomini sia per gli animali. Le
vacche non potevano raspare nella neve per trovare l’erba se si formava
uno strato di ghiaccio e, nei pascoli aperti del Nord, le temperature,
che potevano scendere sino a 40°C sottozero, costringevano i cowboy,
esausti e resi insensibili dal gelo, a proteggere il bestiame dalla sua
stessa stupidità. Nel corso di una bufera di neve, le bestie spesso non
cercavano riparo nelle valli o dietro gli alberi, ma cominciavano a
vagare senza meta nel vento, fino a che non morivano.
© 2004, Staff GT
Pericoli sulle piste
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Pericoli sulle piste
Lo spostamento delle mandrie lungo una pista non era certo un
divertimento: ore di noia incredibile erano intervallate da momenti di
estremo pericolo. I cowboy incontravano raramente degli Indiani ostili.
Principalmente fiancheggiavano la mandria per evitare che le vacche si
allontanassero, mentre la “retroguardia”, in coda, soffocata dalla
polvere, ricuperava i capi rimasti indietro. Le preoccupazione maggiore
era di trovare l’acqua alla fine della giornata. Il bestiame della
prateria si spaventava facilmente, era di indole meschina e non molto
intelligente. Durante il guado di un fiume c’era non solo il rischio
che qualche capo annegasse, ma addirittura che una vacca, presa dal
panico, facesse annegare un cowboy. La minaccia principale era
costituita da un fuggi-fuggi di massa, durante il quale l’errore di un
secondo, in un mare di corna agitate e zoccoli scalpitanti, diventava
una sentenza di morte.
Il bestiame s’innervosiva senza motivo. Una mandria si poteva
irritare alla vista di qualcosa di inaspettato, per un rumore
improvviso, per un profumo insolito: di certo i fulmini la
terrorizzavano! Gli animali quindi, senza preavviso, potevano
scatenarsi in un fuggi-fuggi generale, correndo per miglia e miglia.
L’unica speranza del cowboy era quella di correre in capo alla mandria
e, sparando colpi di pistola, agitando il cappello e strillando,
spaventare gli animali di testa facendo cambiare loro direzione, fino a
quando l’intera mandria non avesse iniziato a girare in tondo, senza
meta.
Il cowboy portava con sé il revolver principalmente per far fronte
ai pericoli che incontrava lungo la pista. Poteva aver bisogno di
uccidere un cavallo ferito a morte, un animale impazzito o un serpente
a sonagli. Colpi di pistola venivano sparati in aria per calmare una
mandria in preda al panico o per dare il tradizionale segnale di
richiesta d’aiuto (tre colpi).
I crotali, chiamati più famigliarmente serpenti a sonagli, in cerca
di calore, potevano tentare di strisciare nelle coperte di un cowboy
addormentato. Il loro morso era piuttosto doloroso, ma raramente aveva
conseguenze letali. Il veleno non si poteva succhiare, perciò la ferita
veniva cauterizzata, cioè bruciata. Come il morso di un serpente a
sonagli, la puntura di uno scorpione poteva essere molto dolorosa, ma
non fatale per un uomo in buone condizioni di salute. La dimensione di
uno scorpione variava. Una buona regola insegnava che i più piccoli
erano anche i più velenosi. I cowboy controllavano il terreno prima di
stendere le coperte, così come controllavano gli stivali prima di
calzarli la mattina, per evitare spiacevoli sorprese.
Per gli orsi grizzly, cavalli e bestiame rappresentavano un
potenziale cibo. Feroci, alti 2,4 metri e pesanti fino a 365 chili, i
grizzly erano un rischio infrequente ma molto serio. Gli orsi bruni
erano diffusi in tutta l’America, nelle zone selvagge, montuose o
ricche di foreste. Onnivori (si nutrivano cioè sia di animali che di
vegetali), impararono ben presto ad aggiungere i vitelli alla loro
dieta. Lunghi sino a 1,8 metri e con un peso variabile dai 90 ai 250
chili, potevano essere pericolosi se spaventati. Un altro animale che
aggiunse vitelli e puledri alla sua lista, fu il lupo nordamericano. Se
non costituiva una minaccia per le persone, non si poteva dire la
stessa cosa per i vitelli ed i puledri, infatti, dopo il massacro dei
bisonti, questi animali divennero le loro prede. I lupi venivano
eliminati con le trappole oppure avvelenati con esche alla stricnina.
© 2004, Staff GT
Una casa nella prateria
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Una casa nella prateria
Sia lungo le piste sia durante il raduno del bestiame (
round-up), il cuoco del
campo era il re. I cowboy affamati non desideravano altro che cibo
caldo e nessuno osava criticare l’uomo che lo preparava. Il suo carro
delle provviste era una dispensa e una cucina autosufficiente. Una
serie di cassetti conteneva ingredienti di base, come farina, lardo,
caffè e “generi di lusso”, come mele e uvetta essiccata. Nell’interno
del carro venivano riposti i rotoli delle coperte e l’attrezzatura di
ricambio. Il cibo veniva preparato su un ripiano pieghevole, posto sul
retro del carro. In genere si trattava di
sowbelly
(pancetta), fagioli e pane, il tutto fritto insieme. La carne si
deteriorava facilmente, perciò, nonostante le tonnellate di manzo vivo
a disposizione, si cacciavano conigli selvatici, “polli della prateria”
(come venivano chiamati i tetraoni delle praterie, una sorta di gallo
cedrone) e, in Wyoming, antilocapre da cucinare sul momento.
Il primo progetto di carro delle provviste venne eseguito
dall’allevatore Charles Goodnight nel 1866, quando gli venne l’idea di
adattare a questo scopo un vecchio carro dell’esercito. Vi aggiunse
quattro particolari: un barile contenente una scorta d’acqua per due
giorni, una pesante scatola per gli attrezzi, degli archi per
sorreggere un tendone protettivo e, cosa più importante, un contenitore
per le provviste. Era in questo contenitore che si trovavano i cibi di
prima necessità, quali i già citati farina, caffè, fagioli, zucchero e
persino la biada per i cavalli da tiro.
Il carro delle provviste fungeva anche da mezzo di trasporto per attrezzi come la pala, l’ascia ed i ferri da marchio.
I pasti del cowboy non erano un pic-nic! Il menù era monotono, il
cibo malsano e i cuochi erano spesso ex-cowboy (per lo più invalidi)
totalmente inesperti. L’igiene era inesistente, le tazze e i piatti
venivano buttati nella
wreck pan,
la pentola per lavare le stoviglie, e, se l’acqua non era abbondante,
semplicemente sfregati con la sabbia. Non sorprende quindi che i
cowboy, quando si recavano in città spendessero tanto denaro per uova e
bistecche, oltre che per i liquori.
© 2004, Staff GT
Uomini di legge
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Uomini di legge
Ecco un elenco
abbastanza completo delle varie tipologie di "uomini di legge" che
popolavano la frontiera e che tentavano di arginare la prepotenza di
fuorilegge e disonesti di varia natura.
Esistevano
guardie bancarie,
polizia ferroviaria e
agenti speciali.
Per esempio la potente compagnia di diligenze e società bancaria Wells
Fargo aveva alle sue dipendenze guardie e polizia. I suoi agenti
speciali erano detective capaci e infaticabili nello scovare i
furfanti.
Arruolati per la prima volta nel 1835, i
Texas Rangers vennero ricostituiti nel 1873 come
Frontier Battalion per il controllo degli Indiani e come
Special Force contro banditi e ladri di bestiame. A partire dal 1935 i
Rangers sono entrati a far parte del Dipartimento di Pubblica Sicurezza.
L’agenzia di detective
Pinkerton era una
formidabile organizzazione privata. Era malvista nel West per aver
fatto esplodere con una bomba la casa della famiglia James, nel 1875, e
per aver interrotto gli scioperi minatori negli anni ’80.
Quali ufficiali eletti, gli sceriffi dovevano essere anche dei
politici, e alcuni si servivano della loro carica per arricchirsi.
Molti delegavano ad altri il compito di far osservare le leggi, ma
alcuni, come Bat Masterson (1853 - 1921), sceriffo nella contea di
Ford, nel Kansas, dal 1877 al 1879, si occupavano personalmente della
caccia ai fuorilegge e del controllo degli Indiani.
La Polizia Indiana venne costituita in via sperimentale nella metà
del decennio 1870 - 1880 nella riserva di San Carlos Apache, in
Arizona. Nel 1878, il Congresso assegnò la Polizia Indiana ad ogni
riserva. I riformisti speravano in tal modo di avere maggiori
probabilità di successo nell’impresa di rendere “americani” gli
Indiani, distruggendone le tradizioni.
Nominati direttamente dal Presidente, solitamente come
riconoscimento politico, i marescialli federali potevano essere anche
semplici uomini d’affari locali, e alcuni erano addirittura truffatori.
Altri, come nel 1890 Evett Nix dell’Oklahoma, erano integerrimi uomini
di legge o deputati designati, come il famoso Heck Thoma. Sia onesti
uomini di legge sia personaggi di dubbia fama potevano diventare
vicemarescialli degli Stati Uniti. Il fratello di Wyatt Earp*, Virgil (1843 - 1906) ricopriva questa carica in Arizona nel 1879.
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* Wyatt Earp ricoprì cariche di polizia a Wichita
(1874) e a Dodge City (1878). Una contesa con i Clanton a Tombstone, in
Arizona, portò alla famosa sfida all’O.K. Corral, nell’ottobre del
1881. Più tardi tentò d’occuparsi di gioco d’azzardo e d’attività
minerarie, e finì la sua carriera aggirandosi sui set dei film di
Hollywood. La sua fama di Galahad degli uomini di legge venne
interamente creata dal libro
Frontier Marshal di Stuart Lake, del 1931.
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Nella lotta contro i pistoleri i consigli municipali, disperati, si
rivolgevano talvolta ad altri pistoleri, come accadde ad Abilene, per
esempio, dove nel 1871 venne ingaggiato Wild Bill Hickok. Tuttavia i
giornalisti del tempo, e più tardi gli sceneggiatori dei film, hanno
creato leggende su figure discutibili che ricoprirono incarichi di
legge.
(La storia del Messico nel 1800 è stata molto diversa da quella
degli Stati Uniti. Fuori dalle città, l’ordine era mantenuto dalla
famigerata
Guardia Rurales (polizia a cavallo). Le città possedevano una polizia regolare.
© 2004, Staff GT (scritto per farwest.it)
Miti e Leggende
Buffalo Soldiers
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Buffalo Soldiers
“Ritengo che il nostro
popolo sia capace di difendersi da solo e che non abbia bisogno della
protezione offerta da una razza inferiore.
I soldati devono appartenere
all’etnia dominante, non a quella dominata…”
A pronunciare queste offensive parole nei confronti dei più
misconosciuti eroi del Far West – i soldati dei reggimenti “colored”
dell’esercito degli Stati Uniti, quelli che saranno definiti dagli
indiani, in forma tanto pittoresca quanto eloquente, “Buffalo
Soldiers”, ovvero “i Soldati Bisonte” – fu un membro del Congresso,
proprio in occasione del dibattito aperto sulla costituzione di reparti
militari composti da afro – americani, sfociato, in seguito,
nell’emanazione del Bill 138, con cui nacquero ufficialmente. La Guerra
Civile era appena terminata, si era nel 1866, e la nuova sfida per
l’America unita dal fuoco e dal sangue era rappresentata dalla
conquista dei territori della Frontiera occidentale. Ma c’era un
problema: quelle immense distese di pascoli, foreste e montagne ricche
di giacimenti minerari pullulavano di indiani che, sebbene disposti ad
accogliere amichevolmente sporadici insediamenti di uomini bianchi,
difficilmente avrebbero tollerato un’invasione di massa dei loro
territori da parte dei gruppi sempre più numerosi di pionieri ed
immigrati che affollavano le città dell’Est. Quale risposta migliore,
dunque, avrebbe potuto escogitare il pratico spirito calvinista che sta
alla base dell’ “American Way of Life”, se non quella di impiegare
contro gli odiati pellirosse gli altrettanto odiati, ma
convenientemente asserviti, afro - americani?
Già durante la Guerra d’Indipendenza, alcuni schiavi avevano
combattuto al fianco dei loro padroni nella milizia di George
Washington, ma è con la Guerra di Secessione che il tributo di sangue
pagato dai neri alla costruzione della futura potenza mondiale diviene
davvero ingente, soprattutto se paragonato all’esiguità dei
miglioramenti sociali che ne derivarono per loro. Più di
contottantamila “colored men” servirono, infatti, sotto le insegne
dell’Unione e quasi trentacinquemila persero la vita, nel tentativo di
difendere la politica egemonia degli stati settentrionali dai progetti
di secessione alimentati dalla Confederazione del Sud. Fu, quindi,
soprattutto a difesa dei potenti cartelli industriali dell’Unione che
combatterono i Soldati Bisonte, costretti a fronteggiare, oltre alle
durezze della guerra, anche il disprezzo razziale di cui furono
costantemente fatti oggetto sia dai nemici sudisti sia dai loro stessi
commilitoni in giacca azzurra. La situazione non cambiò quando, dopo la
fine del conflitto, l’atteggiamento generale della popolazione verso i
militari mutò radicalmente: dalla celebrazione patriottica di cui aveva
goduto per tutta la durata della guerra, il prestigio delle armi
trascolorò nell’indifferenza e poi nella manifesta intolleranza. Si
capisce come a far le spese maggiori di questo clima siano stati
proprio i soldati di colore, formalmente liberi, ma in realtà vittime
di un’emarginazione sociale se possibile ancora maggiore.
Il pregiudizio tanto radicato quanto feroce di cui furono bersaglio
si espresse non soltanto nelle austere aule del Congresso ma anche, con
estrema virulenza, sulle pagine dei più influenti quotidiani
dell’epoca, che consideravano la promozione sociale dei neri al rango
di difensori della patria poco meno di una bestemmia. Fiorirono così,
tra lo sprezzante ed il sarcastico, aneddoti e impietose tirate sulla
proverbiale inaffidabilità dei neri, sulla loro inferiorità morale ed
intellettuale, sulla loro connaturata propensione al vizio e
all’infingardaggine. Si aggiunga a questo il fatto che, quando erano in
libera uscita, i militari afro – americani tornavano ad essere, per la
maggior parte della popolazione, semplici “niggers”, vale a dire
bersaglio di ogni scherno, senza che si dovesse temere da parte
dell’esercito una qualche reazione. Ultimi tra gli ultimi, i soldati di
colore non riuscirono a guadagnarsi il rispetto che il loro invidiabile
ruolino di servizio avrebbe meritato. Combattenti senza gloria, si
impegnarono, giorno dopo giorno, a proteggere l’avanzata della
“civiltà” anglosassone e protestante verso l’Ovest. La stessa che li
relegava da secoli nell’ombra e nell’ingiustizia.
Il 3 agosto 1866, il generale Philip Sheridan, comandante della
Divisione Militare del Golfo, autorizzo la formazione di un reparto di
cavalleria di neri, il Nono Cavalleggeri. L’ufficio di reclutamento
venne aperto a New Orleans, in Louisiana, quindi, alla chiusura di tale
sede, a Louisville, nel Kentucky. La maggior parte dei coscritti
proveniva da questi due stati e si trattava di veterani della Guerra di
Secessione. Le liste d’arruolamento restarono in vigore per cinque
anni; ai nuovi difensori dell’espansionismo bianco verso Occidente
veniva offerta una paga di tredici dollari mensili, vitto, alloggio e
vestiario. In questo senso, le condizioni di vita riservate ai
reggimenti neri non erano peggiori di quelle sperimentate agli altri
contingenti; ma era loro interdetta la possibilità di carriera militare
(gli ufficiali proposti al comando erano inevitabilmente “visi
pallidi”) e, in più, erano destinatari sia dei compiti più ingrati e
delle sedi più disagiate, sia dei rifornimenti peggiori per qualità e
quantità, e che non di rado giungevano con forte ritardo, a causa delle
più spregiudicate manovre speculative. Si aggiunga a questo che i
reparti neri vennero costituiti in regime di segregazione razziale
(nessun afro – americano arruolato veniva destinato a servire in
compagnie di bianchi) che non conobbe praticamente interruzioni fino
alla Seconda Guerra Mondiale, quando gli ideali discendenti dalle prime
compagnie nere vennero nuovamente integrati nelle file dell’esercito
senza distinzioni di razza. Il comando del Nono Cavalleggeri venne
affidato al colonnello Edward Hatch, un ufficiale ambizioso e capace
che svolse il suo compito in maniera encomiabile fino alla sua morte,
avvenuta nel 1889. Il reclutamento di ufficiali bianchi alla guida dei
reggimenti di colore fu, però, impresa tutt’altro che facile.
Nonostante la possibilità di rapidi avanzamenti di carriere, non
furono pochi gli ufficiali che rifiutarono l’incarico, considerandolo
degradante, come, per esempio, George Armstrong Custer e Frederick
Benteen. Al riguardo, risulta illuminante l’annuncio economico apparso
su
Army and Navy Journal,
che è riportato qui di seguito: “Primo tenente di fanteria, collocato
in eccellente posizione, desidererebbe operare un trasferimento con un
ufficiale di pari grado e a pari condizioni di retribuzione, se in un
reggimento bianco; in caso di trasferimento ad un reggimento di colore,
sarebbe auspicabile un ragionevole incentivo”. Insomma, il fastidio di
avere a che fare con tutti quei negri dovrà pur valere qualcosa, che
diamine! Il Nono Cavalleggeri venne stanziato in Texas, nel giugno
1867, con incarichi di scorta ai convogli e alle diligenze,
pattugliamento delle piste, costruzione e manutenzione di linee
telegrafiche e guarnigioni, oltre ad occuparsi del mantenimento
dell’ordine in un territorio alquanto turbolento. Assieme ai carriaggi
degli emigranti, intorno ai villaggi sorti lungo le vie del bestiame o
il tracciato della ferrovia in costruzione, giunsero all’Ovest banditi,
giocatori d’azzardo, pistoleros, avventurieri d’ogni risma. A rendere
più esplosiva questa miscela, ci si mettevano poi i contrasti tra gli
allevatori per il controllo dei pascoli e tra gli allevatori ed i
contadini, senza contare le scorribande di formazioni irregolari di ex
soldati della Confederazione che si sentivano ancora in guerra e il
profilarsi delle prime reazioni degli amerindi di fronte
all’occupazione a tappeto delle loro terre. Questo, a grandi linee, era
lo scenario nel quale furono chiamati ad operare i soldati del Nono;
una sorta di calderone infernale nel quale si agitavano mille ragioni
di conflitto, appetiti voraci, ambizioni, desiderio di rivalsa e di
vendetta, lotta disperata per la sopravvivenza. Come se ciò non
bastasse, poi, l’assegnazione al Texas di un reparto militare di colore
venne usato dai bravi texani, sottoposti da Washington a condizioni di
ricostruzione post – bellica particolarmente severe, come una
deliberata intenzione da parte dell’Unione di umiliarli. I rapporti tra
la popolazione locale e le truppe nere furono, perciò, ben lungi dal
potersi definire idilliaci e spesso giunsero ad un livello di tensione
allarmante. A dispetto delle difficoltà di ogni genere in cui si
trovarono a prestare servizio, però, i soldati del Non fecero fronte ai
loro impegni con efficienza e valore, confermandosi come uno dei
contingenti più capaci e disciplinati dell’intero esercito degli Stati
Uniti.
L’inverno del 1875 e l’estate del 1876 videro il Nono Cavalleggeri
marciare verso la nuova destinazione operativa e verso il suo nuovo
compito: il Nuovo Messico, dove avrebbero dovuto occuparsi di spezzare
la fiera e strenua resistenza che, da trecento anni, il popolo Apache
opponeva alla penetrazione dell’uomo bianco nel suo territorio. Il
moltiplicarsi degli episodi di ostilità tra nativi e coloni fu
propiziato dalla decisione del governo di concentrare gli orgogliosi
nativi in alcune riserve territoriali, allo scopo di consentire un più
agevole e profittevole accaparramento delle loro terre da parte di
allevatori e contadini bianchi. Purtroppo, la riserva principale tra
quelle che avrebbero dovuto ospitare gli antichi abitanti del Nuovo
Messico, ora ridotti in condizione di semi – prigionia, era quella di
San Carlos, un’arida ed in ospitabile distesa di sabbia e rocce nella
quale sarebbe stato impossibile vivere. Niente selvaggina, niente terra
da coltivare, scarsi pozzi d’acqua, spesso secchi; in pratica, una
lenta, inesorabile condanna a morte. La rabbia e l’umiliazione spinsero
molti giovani guerrieri a ribellarsi e l’abbandono della riserva da
parte di piccole bande di incursori divenne sempre più frequente.
Contro questi disperati e valorosi combattenti, guidati da capi
leggendari come Nana, Skinya, Victorio e Geronimo, vennero spedite le
truppe del Nono e poi del Decimo Cavalleggeri.
Già, perché il Nono non fu l’unico reparto di colore dell’esercito.
L’anno successivo alla sua costituzione venne formato un altro reparto
di cavalleria afro – americana, il Decimo, quello che si guadagnerà,
per l’appunto, sul campo l’appellativo di “Buffalo Soldiers”, poi
esteso anche al Nono e ai quattro reggimenti di fanteria
(Trentottesimo, Trentanovesimo, Quarantesimo e Quarantunesimo). Il
Decimo Cavalleggeri venne istituito a Fort Leavenworth, Kansas, nel
1866, e posto sotto il comando di Benjamin Grierson, veterano ed eroe
della Guerra Civile. Fu proprio lui a stabilire dei parametri di
selezione così elevati che le operazioni di arruolamento subirono uno
slittamento di più d’un anno. Alla fine del luglio 1867, però, otto
compagnie scelte erano state formate con soldati provenienti dai
dipartimenti del Missouri, Arkansas e Platte. La vita di Fort
Leavenworth, per il Decimo, fu tutt’altro che facile, a causa della
dichiarata ostilità del comandante del forte all’arruolamento di
soldati neri nell’esercito. Il trasferimento, più volte richiesto da
Grierson, venne infine accordato, ed il Decimo si stanziò a Fort Riley.
I successivi otto anni registrarono la presenza del Decimo in molti
avamposti del Kansas e del Territorio Indiano (l’attuale Oklahoma). In
linea di massima, i suoi compiti erano simili a quelli del Nono: scorta
ai convogli ed ai cantieri della Kansas and Pacific Railroad,
costruzione di linee telegrafiche, pattugliamento e mappatura del
territorio. Nel 1867, il Decimo Cavalleggeri partecipò attivamente alla
campagna d’inverno del generale Sherman contro Cheyenne, Arapaho e
Comanche.
Furono proprio i Cheyenne a battezzare i soldati neri con il nome
di Soldati Bisonte, tanto in onore del loro coraggio nel combattimento,
quanto per una significativa allusione alla capigliatura folta e
crespa, per loro simile al vello che ricopre la testa a una parte del
dorso dei bisonti. Nel 1875, il Decimo sposta il suo quartier generale
a Fort Concho, nel Texas occidentale dove, tra il 1879 ed il 1880, sin
incaricherà di reprimere la ribellione degli Apache guidati dal capo
Victorio. Successivamente, trasferitosi il reparto in Arizona, nel
1885, il Decimo si trovò nuovamente a fronteggiare i bellicosissimi
Apache, protagonisti di un’ultima stagione di lotta sotto la guida di
irriducibili condottieri del calibro di Geronimo, Mangas Coloradas e
Apache Kid. Gli ultimi anni del secolo ed i primi del Novecento vedono
il Nono ed il Decimo Cavalleggeri impegnati in operazioni che oggi
sarebbero definiti a seconda dei casi, “operazioni di polizia
internazionale” o “interventi umanitari”: l’appoggio alle truppe
governative messicane contro le forze rivoluzionarie di Francisco
“Pancho” Villa e la partecipazione alla guerra ispano – cubana, nel
1898, promossa dall’ultima colonia di quello che fu l’immenso impero
spagnolo tra il Sedicesimo ed il Diciottesimo secolo. A Cuba, i Buffalo
Soldiers furono protagonisti di uno degli episodi più epici dell’intero
conflitto, perciò, tralasciando ogni considerazione di ordine politico
sul disegno di natura egemonica che tali campagne militari andavano
profilando, ci congediamo dai nostri sottovalutati eroi mentre prendo
d’assalto la collina di San Juan. Sulla cima, l’artiglieria spagnola
spazza il terreno sottostante con micidiali granate e raffiche di
mitraglia che aprono varchi tra le fila degli attaccanti, ma i Soldati
Bisonte continuano ad avanzare, tenacemente orgogliosi di quella divisa
che, almeno un poco, li aveva riscattati dal destino di sottomissione
che l’America bianca aveva stabilito per loro.
Quanti tra i cronisti dell’epoca non dedicarono la loro attenzione
esclusivamente a Theodore Roosevelt ed ai suoi Rughe Riders (così venne
ribattezzato il celebre Primo Reggimento volontario di Cavalleria),
sottolinearono con dovuto risalto l’impegno delle truppe di colore,
tanto nelle retrovie, dove si occuparono degli ospedali da campo,
affrontando l’epidemia di febbre gialla che falcidiava i soldati, che
sui campi di battaglia.
Purtroppo, l’enfasi ed i toni favorevoli con cui molta stampa (bianca)
del tempo salutò il coraggio dei Buffalo Soldiers si spensero con la
stessa repentinità con cui il clamore dell’impresa li aveva suscitati.
Ci vorranno ancora settant’anni perché l’America inizia a fare i conti,
in maniera più durevole, con la propria storia, se non con la propria
coscienza. A partire dal 1967, la pubblicazione del saggio di William
Leckie,
The Buffalo Soldiers,
traccia il sentiero del definitivo riscatto delle truppe di colore e
del contributo da loro offerto alla nazione; un sentiero che culminerà,
nel 1992, in una cerimonia ufficiale tenuta dal generale Colin Powell
(fortunato epigono dei primi, disprezzati soldati neri), per
l’inaugurazione di una statua intitolata ai Buffalo Soldiers, a Fort
Leavenworth, proprio il luogo dove era nato, centoventicinque anni
prima, il Decimo Cavalleggeri. Che dite, qualche chilo di bronzo sarà
un equo indennizzo per quasi un secolo di guerre combattute
nell’indifferenza o nel dileggio dei più?
Testo originale di Mario Faggella, tratto da „TEX, Almanacco West“ anno 2003
Trascritto nel 2004, Staff GT
Bufalo Bill
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Bufalo Bill
William Frederick Cody (26.02.1846
– 10.01.1917), passato alla storia con il nome, celeberrimo, di Bufalo
Bill (oppure Buffalo Bill), appartiene alla leggenda. Una leggenda
forse un po’ gonfiata storicamente, e caratterizzata dall’ansia di
protagonismo che fu propria dell’uomo-eroe che incarnò uno dei miti
dell’epopea del Far-West.
Troviamo Bill Cody, eroe reale, nella sua prima impresa, non
ancora quindicenne, come “Poney Express”. Cavalca per più di
cinquecento chilometri con ventidue cambi di cavallo in ventidue ore.
Poi è per un breve periodo presso il Settimo Cavalleggeri con il
giovane Custer, in cerca di gloria. In seguito, ingaggiato dalla Kansas
Pacific Railroad, caccia e uccide più di quattromila bisonti,
meritandosi così il soprannome con cui divenne famoso. La sua fama si
diffonde rapidamente, grazie al press-agent Ned Buntline, sulle pagine
dei periodici dell’epoca, che ampio spazio e notevole risalto danno
alle sue imprese. L’eco di queste giunge fino in Russia, ed il Granduca
Alessio, figlio dello Zar, parte alla caccia dei bisonti, naturalmente
scortato da Bufalo Bill e da Custer. Il mito era già nato.
Esaltato dalla celebrità, Bufalo Bill inizia ad esibirsi come
attore nei teatrini dell’Est e negli spettacoli all’aperto, con
cavalli, indiani e gare di tiro. Si divide da Custer, che sceglierà il
suo personale teatro nei campi del West dove troverà la gloria, ma
anche la fine dei suoi sogni.
Bufalo Bill eroe è di nuovo messo alla prova, quando, desiderosi
di vendicare l’amico Custer, si mette, come scout, agli ordini del
colonnello Merritt. Il battaglione si scontra con una piccola banda di
indiani; Bill ne uccide uno e senza tanti complimenti ne preleva uno
scalpo: da questo episodio fluiranno fiumi d’inchiostro per confermare
all’eroe il mito.
Bufalo Bill, sfruttando la sua popolarità, ritorna all’Est con un
grande spettacolo, il Wild West Show, col quale riscuote un tale
insperato successo, che decide di esportarlo (indiani, cavalli e tutto)
anche in Europa. Dalla Francia, dove vince a cavallo una sfida con un
campione ciclista, Bufalo Bill arriva anche in Italia, dove lo aspetta
invece uno smacco: in una nuova sfida di destrezza “cavalcatoria” i
suoi celebri cow-boy vengono battuti dai butteri maremmani. Tornato in
America, inizia una serie di attività che lo danneggiano economicamente
ed invano fronteggia una nuova rivolta indiana risoltasi con la morte
del suo amico Toro Seduto, tradito dai suoi stessi compagni.
Ormai vecchio, ultrasessantenne, afflitto da numerosi acciacchi, è
costretto dai debiti a dare ancora spettacolo anche in campo
cinematografico, come attore in parti eroiche, attribuendosi la
partecipazione anche a battaglie mai personalmente vissute, come quella
di Wounded Knee. Non si arrende dunque, e se anche gli sfugge il limite
tra realtà e finzione, non perde però la volontà d’essere comunque
protagonista e continua a sognare nuove ed eroiche imprese fino agli
ultimi giorni della sua vita.
© 2004, Staff GT
Pecos Bill
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Pecos Bill
Lungo l’interminabile pista delle carovane e sulle immense distese dei
pascoli, i pionieri ed i cowboy avevano ben pochi momenti di relax. Il
più atteso era quello della cena, quando, seduti attorno al fuoco del
bivacco, si arrostivano le carni, si friggevano lardo e fagioli, ma
soprattutto si bevevo, si cantava, si ballava, si raccontavano storie.
Fu dalla voce e dall’immaginazione allegramente sfrenata di mandriani
un po’ brilli e di guide in vena di vanterie che nacquero le prime
Leggende del West. Come avveniva contemporaneamente nelle taverne,
nelle piantagioni e nelle miniere, nelle città portuali e nei paesi di
montagna, ognuno di quegli uomini partiti alla ricerca di un Sogno, e
spesso ancora lontanissimi dal raggiungerlo, aveva voglia di farsi
bello, attirando l’attenzione dei presenti con aneddoti ed episodi
“incredibili ma veri”, vissuti direttamente o appresi “dall’amico di un
amico degno della massima fiducia”. Così, fra grida, risate,
imprecazioni, una parola tirava l’altra e le vicende di persone mortali
realmente vissute fino a pochi anni prima, o addirittura contemporanee,
si sovrapponevano alle ombre di personaggi immaginari, bizzarri, più
grandi della vita. C’era chi credeva, al pari dei popoli primitivi, che
tutti i fenomeni naturali avessero un’origine ultraterrena, e parlava a
ruota libera del Wampus, il Lupo Fantasma, del Grande Puledro Bianco,
invulnerabile ai colpi di arma da fuoco (che lo attraversavano da parte
a parte come se fosse fatto di nebbia), e di creature che Jorge Luis
Borges ha opportunamente segnalato nel suo
Manuale di zoologia fantastica:
il Goofang, un pesce che nuotava all’indietro perché l’acqua non gli
entrasse negli occhi: il Gillygaloo, un uccello che faceva le uova
quadrate perché non rotolassero giù dal nido (e con queste uova, sode,
i mandriani, i boscaioli ed i cercatori d’oro giocavano a dadi); il
Reperite, un animaletto provvisto di un becco simile ad una corda con
cui riusciva a catturare anche i conigli più veloci, parente diretto
dell’Axehandle Hound, un forsennato divoratore di maniaci d’ascia (che,
guarda caso, aveva la testa a forma d’ascia ed il corpo a forma di
manico d’ascia). Per non parlare dello sfuggente Hidebehind, un mostro
che nessuno era mai riuscito a vedere in faccia perché stava sempre
alle spalle delle sue inconsapevoli vittime, pronto a sbranarle in un
batter d’occhio.
Del resto, ciò che si trovava nelle lande talvolta ancora
inesplorate verso cui tanti cacciatori di fortuna si stavano
avventurando era un’incognita assoluta, un mistero pari a quello delle
antiche Colonne d’Ercole: per questo, l’impossibile diventava
plausibile, nel Lontano Ovest.
Laggiù, anche grazie al contributo di scrittori – giornalisti dalla
penna facile e dalla balla sempre pronta (uno per tutti, Ned Buntline),
erano entrati nel mito Davy Crockett, lo Spaccone del Tennessee,
esploratore e uomo politico che, in un suo discorso davanti al
Congresso, riportato in un almanacco popolare del 1837, pare si fosse
presentato con queste parole: “Posso far abbassare gli occhi ad una
pantera e abbuiare un lampo, trascinare sulla schiena un vaporetto e
fare alla lotta con un leone di montagna, dormire tranquillo sotto una
coperta di neve e bere per aperitivo un barile di acquaforte indolcito
con lo zolfo!”. Di Mike Fink, un possente battelliere del Mississippi
dai capelli rossi, il periodico
Saint Louis Reveille,
nel 1844, affermava che “se fosse vissuto nell’antica Grecia, le sue
avventure di barcaiolo avrebbero senza dubbio rivaleggiato nell’epica
con quelle di Giasone e della sua nave, mentre è certo che, nelle
leggende scandinave, sarebbe stato elevato al rango di Dio del
Fiume”.Paul Bunyan era il Re dei Taglialegna dei boschi del Nord ma
frequentava volentieri la regione dei Grandi Laghi, dove soleva
spostarsi a cavallo di una mucca azzurra di nome Babe. Joe Magarac era
il ferreo protettore degli operai di origine ungherese che lavoravano
nelle acciaierie di Pittsburgh, mentre Alfred Bulltop Stormalong, un
marinaio “alto sette metri dal pavimento del ponte della piegatura del
naso, che mangiava un barcone carico di zuppa di balena”, era diventato
lo spirito – guida di chi si confrontava quotidianamente con le minacce
dell’Oceano. Quanto a Jonathan Chapman, meglio noto con l’appellativo
di Johnny Semedimela, pare che fosse una sorta di hippie anti –
litteram che indossava un vecchio sacco da caffè opportunamente bucato
per far fuoriuscire la testa e le braccia, e con una pentola, che gli
serviva per cucinare, a mo’ di cappello. Fra il 1801 ed il 1847, quando
pare sia morto (ma possono morire le Leggende?), attraversò a piedi
nudi tutto l’Ohio e l’Indiana, portando, per l’appunto, sulle spalle un
sacco di semi di mela che piantava nei terreni più fertili, sicché i
futuri pionieri trovassero ad attenderli preziosi frutteti.
In questo folkloristico Olimpo popolato da dei e semidei su misura
per quanti osavano sfidare le forze oscure della Frontiera, anche il
cowboy poteva contare su un suo patrono: Pecos Bill, sovrumano
inventore di tutto ciò che aveva a che fare con il bestiame e con
l’allevamento, oltre che sterminatore di fuorilegge e di indiani, e
cavaliere insuperabile (fu lui ad insegnare l’impennata ai cavalli
bradi). Nel testo che getta le basi letterarie della sua saga, firmato
da Edward O’Reilly e uscito su
The Century Magazine
nel 1923, si apprende che sua madre – una pioniera tanto decisa e
nerboruta da uccidere quarantacinque indiani con un manico di scopa –
lo svezzò, all’età di tre giorni, nutrendolo con vecchio whisky del
Kentucky. “Quando Bill aveva circa un anno, un’altra famiglia di
pionieri si stabilì nella regione, a circa cinquanta miglia sul fiume”,
sosteneva O’Reilly. “Il padre di Bill disse che il posto cominciava a
diventare troppo affollato, caricò la famiglia su un carro e mosse
verso Ovest”. Ma dopo aver guadato il fiume Pecos, l’erculeo bambino
cadde dal carro e si perse nelle verdi pianure del Llano Estacado, dove
fu allevato dai coyotes come il rampollo dei Greystoke (nel
Tarzan delle Scimmie di Edgar Rice Burroughs) e il Mowgli di Rudyard Kipling (nel
Libro della Giungla)
sarebbero stati allevati dalle scimmie e dai lupi; quando un vaccaio lo
ritrovò e lo portò nella civiltà, Bill cominciò subito ad apprezzare i
vizi, “inventando l seicolpi, l’assalto ai treni e la maggior parte dei
delitti popolari ai giorni del Vecchio West”. Il Ragazzo del Pecos
sfidava i serpenti a sonagli in gare di morsi, malmenava i puma,
costruiva e distruggeva paesaggi: scavò il Rio Grande durante un
periodo di siccità, essendosi stancato di portare acqua dal Golfo del
Messico, recintò il New Mexico ed usò l’Arizona come pascolo per i suoi
vitelli. Inventò il lazo (il suo era lungo quanto l’Equatore), prese
per un orecchio un ciclone dell’Oklahoma e lo cavalcò, sinché questo,
per liberarsene, non si sciolse in una valanga d’acqua che scavò il
Grand Canyon. Ebbe un destriero, focoso quant’altri mai, soprannominato
Creatore di Vedove, e lo allevò con miscugli di nitroglicerina e
dinamite, ed ebbe una donna, Sue Pié Leggero, che, salita incautamente
in sella a Creatore di Vedove, venne da questi scagliata così in alto
che la poveretta arrivò a sfiorare la Luna (e poi, ricadendo sulla
Terra, cominciò a rimbalzare senza posa, sicché il Nostro fu costretto
a freddarla a rivoltellate). Secondo alcuni, un maledetto giorno, un
“piedi-dolci” di Boston, “vestito con un abito da cowboy acquistato per
posta, gli fece alcune domande stupide sul Vecchio West: il povero Bill
si buttò a terra e rise finché spirò”.
Ma come abbiamo già detto, le Leggendo sono dure a morire…
Un centinaio di anni dopo, il 3 dicembre 1949, a migliaia di
chilometri di distanza dal Rio Grande, Pecos Bill tornò ad incantare
nuove generazioni di cacciatori di sogni. Fra le pagine di un
giornalino a fumetti, edito a Milano dalla Arnolto Mondatori, un
immaginario Davy Crockett redivivo – grasso, pulcioso, puzzolente,
irriconoscibile rispetto al valoroso combattente della realtà,
scomparso nel 1848 durante la sanguinosa battagli di Alamo – iniziò a
narrare, davanti ad un gruppo di mandriani pigramente radunati intorno
al fuoco di un bivacco, una delle sue solite spacconate, una storia
meravigliosa ambientata all’epoca della corsa all’oro, quando i
convogli dei pionieri si spingevano a frotte verso la remota
California. Su uno di questi carri, viaggiavano, fra gli altri, un
vecchio contafrottole che si vantava di aver fatto mille mestieri
(Ralph Morris detto Cacciavite) e una giovane ragazza, la dolce Sue
Morgan. Giunti nel Texas, “la terra più ricca d’America, lo Stato della
Stella Solitaria, la patria di Pecos Bill”, Cacciavite, replicando
quanto aveva fatto Davy Crockett poche vignette prima, iniziò a narrare
alla piccola Sue le gesta di un cowboy leggendario, Pecos Bill per
l’appunto, che ben presto sarebbe arrivato a salvarla dalle minacce di
un Cattivo, come ogni Principe Azzurro che si rispetti, coinvolgendola
in una saga destinata a svilupparsi con incredibile riscontro da parte
del pubblico, per ben centosessantacinque albi (l’ultimo dei quali
datato 31 marzo 1955), per poi interrompersi e ricomparire più volte,
seppure con esiti decisamente meno lusinghieri, in altre collane, sino
ai primi anni Sessanta. A idearne la trama fu un professore piemontese
laureato in Lettere e Filosofia, Guido Martina: “A quei tempi”,
raccontò in seguito, “scrivevo sceneggiature per
Topolino, quando Arnoldo mondatori in persona mi chiese se potevo fare qualcosa per lanciare la serie degli
Albi d’Oro. Siccome mi occupavo di Storia e Folklore Americano, proposi
Pecos Bill, il leggendario eroe del Texas. Avevo preso l’idea da un divertente episodio disneyano a cartoni animati del 1948,
Lo Scrigno delle Sette Perle,
ma gli avevo dato una veste fortemente romantica. Nessuno però ci
credeva fino in fondo… Tuttavia, una volta pronte quattro
sceneggiature, decisero per il si: ‘O la va o la spacca!’ dissero. E fu
un grossissimo successo, grossissimo ed inaspettato”.
Il Pecos Bill del Ventesimo secolo era bello, misterioso,
longilineo, segnato nei capelli biondi da una frezza nera, e, al
contrario dei suoi colleghi di carta (primo fra tutti, l’ancora poco
noto Tex Willer), esibiva un look da damerino e un linguaggio poetico e
sin troppo aulico, e soprattutto non portava né pistole né fucili,
preferendo ricorrere ai pugni e al lazo. Martina macinava un’avventura
dopo l’altra, consultando le riviste e i libri più autorevoli,
incrociando personaggi rigorosamente autentici a situazioni fantastiche
sempre comunque ricche di informazioni linguistiche, geografiche ed
etnologiche, con una attenzione particolare per la cultura dei nativi
americani, e la parata di comprimari e antagonisti, buoni o malvagi,
che avrebbe fatto incontrare al suo cavaliere senza macchia e senza
paura, in un flash-back praticamente senza fine, era affascinante e
sorprendente come il cast di un kolossal hollywoodiano. Il tutto, sullo
sfondo di una nazione di cui il Re del Lazo era stato, si diceva, il
Fondatore. Infatti, per dirla con le alate parole di Martina, quando il
Dio Manito guidò gli Apache dalle pianure alla terra dove viveva Pecos
Bill in compagnia del suo coraggio e del suo onore, essi lo salutarono
con la parola “Tejas” che, nella lingua degli antichi padri, significa
“amicizia” e Pecos Bill volle che la sua terra prendesse il nome da
quella parola e da quella amicizia. Nacque così il Texas, il paese del
“blue-bonnet” e della salvia in fiore, del sangue caldo e degli
appassionati ideali, sovrastato da un cielo che non aveva pari (“Laggiù
nel cuor del Texas, le stelle di notte sono alte e splendenti”,
assicurava una canzone). Un cielo in cui continuavano a correre, per
l’eternità, tutti i generosi e intrepidi cowboys con cui aveva diviso
le sue sfacchinate e gli inenarrabili pericoli della prateria e che
ormai erano morti. Morti in battaglie contro i banditi, morti di sete
nelle implacabili sabbie del deserto, morti travolti dalle onde dei
fiumi in piena. “Possibile che essi fossero usciti così dalla vita e
dalla memoria dei veri uomini?”, si chiese Pecos Bill, una sera che
cominciò a rievocare il passato. “No, impossibile!”, si rispose. “Essi
sono vivi e galoppano nei Pascoli del Cielo. Lassù attendono che altri
cowboys vadano a raggiungerli, rinnovando fra le nuvole i leggendari
fatti che li resero famosi in terra”. E mentre il vento portava via le
sue parole, fece l’atto di alzarsi per riprendere la strada. Ma si
sentiva spossato. “La mia strada è finita”, disse fra sé, appoggiandosi
a un ramo. “Ora devo trovare l’altra…”, e alzò lo sguardo verso il
cielo. Lassù, all’orizzonte, la vasta cortina di nubi d’argento era
frazionata in cento forme, e ogni forma assumeva l’aspetto di un cowboy
a cavallo. Era finita per Pecos Bill. I Cavalieri del Cielo venivano a
prenderlo per portarlo con sé.
Il giorno in cui apparve nelle edicole di tutta Italia il primo
numero di Pecos Bill, le macerie della Guerra non erano ancora sparite,
ma l’anno che stava per arrivare – apripista di un decennio carico di
ritrovate speranze – prometteva ai ragazzi italiani qualcosa di molto
simile al mustang di Pecos Bill, l’indomabile Turbine, che si spostava
da un punto all’altro del Texas con la rapidità del pensiero al grido
travolgente di “Yippeee, Turbine! Gid-dap!”. Sopravvissuti a un
conflitto che ancora segnava le città, con la visione di case diroccate
e di mucchi di rovine, ma con la voglia di sognare nel cuore, i Ragazzi
del ’49 si buttarono avidamente sugli albi del leggendario Figlio della
Prateria e sul mondo – magnificamente illustrato – che gli ruotava
attorno. E così, oggi, più di mezzo secolo dopo, può capitare di
ritrovare ogni tanto il nome di Pecos Bill ancora inciso
nell’immaginario collettivo e nei modi di dire, magari inconsapevoli,
dei figli dei figli dei Ragazzi del ’49. Com’è successo, tanto per fare
un solo esempio, lunedì 10 settembre 2001, sulle pagine milanesi del
Corriere della Sera,
in un reportage da Varese, dove si era svolto un campionato di tiro a
segno riservato ai vigili urbani. Ebbene, nel presentare ai lettori il
vincitore del concorso, ovvero il vigile con la mira migliore, il
titolo annunciava: “Il Pecos Bill è di Faenza”. Certo, il mite cowboy
riveduto e corretto da Guido Martina non aveva mai impugnato un’arma in
vita sua; certo, i Cavalieri del Cielo lo hanno condotto nel Regno
della Fantasia, accanto a Paul Bunyan, Mike Fink, alfred Bulltop
Stormalong, Johnny Semedimela e compagnia bella…
Ma non dicevamo che le Leggende non possono morire?
© 2004, Staff GT